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Cocaina violenta

dott. Maurizio Vescovi

Consumi saltuari e “auto controllati” (sic!!!), così come dipendenze vere e proprie seguite dai servizi territoriali – stando ai report – drammaticamente marcati dal correlato della violenza, dell’aggressività incontrollata-troppe volte cinicamente e biecamente gratuita- da parte di assuntori, adulti e giovani, ma anche giovanissimi appartenenti trasversalmente alle diverse fasce della società. Coca e botte allo stadio, coca e bullismo, coca e intimidazioni, coca e stupri, coca al volante. Ma anche coca e depressione, coca e disagio relazionale, in un effetto paradosso che fa della polvere bianca, assunta come euforizzante e regina dello sballo facile – sniffata o iniettata in vena alla ricerca di piacere e di gratificazione – una perfida spirale di comportamenti incontrollati, di cedimento agli impulsi, di disorientamento, di alterata percezione della realtà e dei contesti. Questi aspetti devastanti, connessi all’uso abituale e frequente della cocaina, spesso in mix con altre sostanze ed alcolici, sono purtroppo ormai noti e ribaditi a cadenza inquietante, visti i drammatici esiti che si constatano nelle biografie delle persone e nelle storie delle famiglie, nelle case e sulle strade, dove la scia di sangue delle vittime di incidenti gravissimi e mortali fa tristemente il paio con un’altra scia: quella della polvere di coca, appunto. Sono ormai assodate le connessioni fra uso e abuso di sostanze e manifestazioni violente, con conseguenze che giungono al compimento di gesti estremi, condivisi con “il branco” o posti in essere individualmente, sotto l’effetto di droghe in mix. I contesti situazionali sono molteplici: si va dagli appartamenti e dagli attici delle città “da bere”, dalle aule scolastiche alle strade prospicienti le scuole, alle vie – le normali trafficate vie – delle città italiane, metropoli come Milano e Torino in testa, ma anche i capoluoghi del benestante nord-est, dalle discoteche agli stadi, resi caldi da scontri e tafferugli nei quali la presenza degli stupefacenti risulta denominatore comune. A variare possono essere i tristi binomi che vedono alcune droghe più frequentemente associate a particolari categorie di assuntori: la cannabis, appannaggio degli studenti e delle gangs di adolescenti; la cocaina, che scorre a fiumi fra i gruppi più eterogenei di giovani e adulti, dei manager e pseudo manager (a Parma si dice fa-manager) in giacca e cravatta così come del ceto medio-basso. Tuttavia, ogni generalizzazione, qualunque tentativo di individuare “regolarità” entro un fenomeno multiforme, tentacolare e complesso come quello dell’uso/abuso di sostanze è fuorviante. Con buona certezza si può constatare che l’uso abituale di cocaina non è più da un pezzo un fenomeno di élite come in passato, mentre è purtroppo ormai sufficientemente assodato che il primo incontro con la coca avviene in età sempre più precoce, anche a partire dai 14 anni. Il tutto entro una circolarità viziosa che caratterizza il mercato della coca: incremento vertiginoso della richiesta, aumento della presenza di sostanza sulla piazza, diminuzione del prezzo, crescita del numero sia degli assuntori abituali sia dei tossicodipendenti. Il fenomeno “cocaina” sfugge – per ragioni ben comprensibili – ai report dei SERT proprio per l’enorme “sommerso” dei consumi. Sullo sfondo, il dato dell’abitudine al poli abuso di sostanze, la percezione soggettiva del rapporto con gli stupefacenti, il sistema di attribuzione di significati – personali e sociali – connessi all’esperienza dell’utilizzo di droghe. Sta di fatto che il nodo della concomitanza fra assunzione di cocaina e comportamenti violenti, se rapportato ai dati di notevole incremento assoluto e relativo di uso/abuso di sostanze fra la popolazione di ogni età e fascia sociale getta un fascio di luce sinistra su un problema che rischia di lacerare ulteriormente, con danni gravi e pesanti, un tessuto sociale già vistosamente marcato da forme diverse di disagio, soprattutto giovanile. E’ evidente che queste considerazioni, purtroppo, non contribuiscono, sic et simpliciter, all’individuazione delle soluzioni alla problematica enorme e sconfortante della quota di inaccettabile violenza che connota molti comportamenti individuali e di gruppo. Ed è altrettanto palese che non è da provvedimenti normativi improntati alla “tolleranza zero” – oltretutto solo demagogicamente annunciata in slogan che ormai non sono nemmeno più ad effetto – invocati all’indomani di ogni episodio di cruda barbarie, che può venire un aiuto reale ed efficace. Tuttavia, l’obiettiva e lucida analisi dei fenomeni sociali non deve prescindere dalla considerazione seria di tutti i fattori e delle componenti in gioco. Quindi anche dall’evidenza della diffusione di cocaina ed altre sostanze nelle nostre città, fra le pieghe del loro tessuto sociale, con un andamento in crescita e con accentuazioni smaccatamente forti a danno di soggetti – anagraficamente, socialmente, culturalmente – meno protetti rispetto alla concomitante possibilità di cedere alla violenza come espressione ed affermazione di sé. Questo, ovviamente, chiama tutti, a partire dai singoli che decidono di far uso di sostanze stupefacenti e di cocaina in particolare – ma pensiamo anche alle nuove droghe, come “l’asiatico” Shaboo, sbarcato ormai anche a Parma – convinti di avere sempre e comunque il controllo in rapporto ai potenziali esiti di dipendenza, alle proprie responsabilità. Chiama in causa prima di tutto i genitori, che molte volte abdicano al proprio ruolo di figure di riferimento, di ascolto, di sostegno per i propri figli; chiama in causa gli amministratori locali, più attenti a quanto avviene nei loro territori, sul versante – fondamentale ma non unico – del contrasto dell’attività di spaccio di quanto non siano attivi, in prima linea, nella azione di prevenzione. Chiama in causa una politica balbettante, che continua a cincischiare, ciclicamente appagata da provvedimenti legislativi tanto roboanti quanto palesemente inefficaci, stanti appunto le cifre allarmanti relative ai consumi. E chiama in causa il mondo della medicina e quello dello sport, che troppe volte lanciano messaggi confusivi sia sugli effetti devastanti dell’uso di sostanze sia sulle misure da invocare con fermezza quando la contiguità con l’utilizzo di sostanze stupefacenti coinvolge sportivi e tifosi. Il connubio droga-violenza, non più identificabile tout court solo con i fatti di microcriminalità commessi dai “tossici” – scippi, piccoli furti, rapine “con la siringa” – di qualche anno fa, chiama in causa proprio tutti, nessuno escluso. Senza permettersi più e oltre di imboccare la scorciatoia di una generica attribuzione di responsabilità e doveri di auto-correzione alla “società”, alla “scuola”, alla “famiglia”.Il dato da cui partire e da non sottacere, dunque, è che il fantasma della violenza non si lega più unicamente allo stigma della eroina, allo stereotipo del tossicodipendente che per procurarsi la dose non esita a malmenare e a compiere crimini. La cocaina, accettata anche perché consumata in ambienti lavorativi, ricreativi, sportivi, considerata semplice “vizio privato”, facilmente gestibile “in privato”, non va più confusa con l’idea di “innocua trasgressione”, ma deve essere conosciuta per ciò che è diventata: il potenziale detonatore di gesti di “ordinaria e violenta normalità”.