Le paure

Ci sono timori, a volte vere e proprie angosce che riducono le adesioni degli aspiranti donatori.

È vero: chi s’interessa di donazione di sangue ed emocomponenti, avendo vissuto la vita intera o lunghi tratti di essa nell’AVIS, sa bene che alcune “paure” possono tenere lontani possibili aspiranti donatori. È auspicabile che si riesca a parlare di questi problemi che coinvolgono anche aspetti psicologici, con chiarezza e tranquillità. In tal modo si potrebbero ricondurre ad una giusta dimensione. E’ pur vero che donando sangue si fa comunque un regalo e che ogni regalo per avere valore deve costare un po’ di sacrificio. Talvolta si dona il superfluo, ma col proprio sangue si regala una parte di sè, significativa ed importante. Si regala qualcosa che è nel proprio piatto, non si regala quello che cade casualmente dal piatto. Ciò nonostante sarebbe sicuramente importante che i donatori attivi facessero sapere alle associazioni dei volontari del sangue quali sono le paure e i timori che hanno costituito ostacolo iniziale alla loro adesione all’ AVIS. Resta comunque interessante esaminare insieme, prendendo spunto da un documento delle Blood Banks quali siano le paure più diffuse. Si possono così citare:

  1. La paura del procedimento di prelievo. Si tratta di un normale prelievo nella manualità pratica.
  2. La paura dell’ago e della puntura venosa. In realtà nei Centri Trasfusionali l’abilità del personale sanitario è solitamente molto elevata. A ciò si agginge la qualità degli strumenti che rendono il procedimento tranquillo. Da medico ho sempre usato il sistema di riferire esattamente quello che accade all’aspirante donatore alla prima donazione: è assolutamente indispensabile riferire che l’ago è di calibro lievemente superiore, ma che ciò nonostante il prelievo è un’operazione tranquilla. Comunicare sempre e comunque l’assoluta verità ai nostri donatori è già un procedimento in sè ansiolitico. E’ ovvio che resta il buco dell’ago, che non è piacevole, ma per chi ha la motivazione giusta è cosa da nulla! Dopo aver superato tale paura il fastidio dell’ago conferisce un plus valore alla donazione, aumentando il peso specifico del regalo!
  3. La vista del sangue. Non è raro che alcune persone riferiscano di aver timore della vista del sangue. Val la pena ricordare che in un prelievo tranquillo non c’è “spargimento di sangue”. Oltretutto si può voltare anche lo sguardo ed in ogni caso il tubicino di collegamento del sangue alla sacca in cui scorre è opaco e non evoca alcuna immagine cruenta.
  4. La mancanza di fiducia nell’equipe sanitaria. Il personale di assistenza ha generalmente grande esperienza e preparazione adatta ad intervenire secondo necessità e all’occorrenza.
  5. C’è la paura poi di andare soggetto a lipotimie o a “svenimento”. Molto spesso questo timore è legato alla considerazione di fare una “figuraccia”, che abbasserebbe l’autostima. In questo caso si tratta di impartire i giusti consigli: ricordiamo un adeguato riposo sul lettino dopo la donazione, qualche decina di secondi almeno in posizione assisa per favorire il normale adattamento presso rio e un sorso d’acqua per ristabilire la perdita di liquidi avvenuta.
  6. La paura per la propria integrità fisica. È regola generale, etica ed umana che il prelievo del sangue non debba essere in nessun caso dannoso per il donatore. La visita di ammissione, scrupolosa nell’anamnesi, rigorosa nell’esame clinico e nelle indagini strumentali, costituisce una valida garanzia. Prima di ogni prelievo si esegue regolarmente il controllo clinico e si determina il tasso di emoglobina nel sangue per escludere un eventuale sopraggiunto e sconosciuto stato di anemia. Nell’ambito delle riflessioni sulla paura per la propria salute val la pena ricordare che il materiale utilizzato per il prelievo è rigorosamente sterile, monouso, a perdere.
  7. La paura di doversi sottoporre, dopo l’adesione all’organizzazione, a prelievi coercitivi. Così non è: l’organizzazione ha il compito oltre che il dovere di “sollecitare” ma non impone nulla. Tutto è demandato alla personale sensibilità e all’etica della responsabilità.
  8. Un altro timore è quello dell’ambiente ospedaliero in quanto evocatore di “stato malattia”. In questo caso ho più volte proposto la riflessione di provare a pensare all’ospedale come luogo fisico deputato al rimedio della malattia. Proporre un’inversione del paradigma: diventare artefici come donatori della cura delle malattie restituendo il significato profondo che gli appartiene, al dono del sangue.

Un’ultima riflessione: chi supera le piccole paure che sono dentro noi stessi finisce col costruire una personalità più forte e strutturata. E’ una gran soddisfazione battere le paure!

Dott. Maurizio Vescovi

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