Il dono e le riflessioni di Maurizio Vescovi

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maurizio vescovi.jpgAll’interno della cornice esperienziale di donatore e di medico di famiglia penso di poter proporre  alcune riflessioni di "vissuto" sul tema della spinta motivazionale (ed emozionale) alla donazione del sangue.




Da un’ angolazione in qualche modo privilegiata, qual è appunto quella di  medico di medicina generale, da anni quotidianamente coinvolto "dalle" e "nelle" storie di salute e di malattia(e perciò di vita) dei propri pazienti, profondamente "invischiato"(e contaminato) nelle vicende liete e a lieto fine, così come in quelle dai risvolti drammatici, amari e dolorosi che connotano la vita professionale(e perciò la vita stessa) di un medico. I casi clinici sono racconti e storie di vita insieme. In questo senso ha ragione Oliver Sacks a  vedere i medici un po’ antropologi. Parlare dell’essere volontario del sangue, come minimo comun denominatore di medico-donatore, può offrire  un contributo alla comprensione delle ragioni profonde di un gesto – il dono – e,forse, una spinta alla motivazione, alla scelta di far propria la filosofia del dono. Sono convinto che la donazione del sangue, l’impegno solidaristico nell’ambito di questa forma peculiare di volontariato, risponda, in ogni uomo-donatore, a precise istanze interiori . In particolare, attraverso l’aiuto concreto offerto a fronte di emergenze sanitarie, quali sono appunto  gli eventi che impongono il ricorso alla trasfusione di sangue. C’è dunque una dimensione tutta intimamente soggettiva,quasi esclusiva, entro cui nasce, matura,evolve e trae slancio la scelta "di donare"da parte di ogni volontario, che contempla una scelta individuale nel senso dell’ascolto dei bisogni dell’altro. Il Donatore,dunque, partecipe, solidale nei confronti "dell’altro", colto e immaginato – sentito – in una condizione di  fragilità e di minaccia del bene primario e irrinunciabile della salute. La decisione di aderire ad un’associazione di volontariato del sangue conosce, in genere, una sorta di "iniziazione" da parte di chi questa risoluzione l’ha già presa per se sulla scorta di una forte tensione soggettiva – emotiva ed etica insieme – per farsi carico di parte delle urgenze del prossimo, per rispondere senza indugi ad una precisa sollecitazione culturale. Per reagire all’apatia e all’indifferenza nei confronti dei tanti "altri da sé", portatori  di sofferenze.I vecchi donatori ricordavano il motto"sempre,ovunque,subito". Senza se e senza ma. E’ indubbio che la donazione di sangue investe a pieno l’ambito della responsabilità individuale e della disponibilità a dare e a offrire – concretamente, attraverso il proprio corpo – qualcosa di sé agli altri. Qualcosa che non è mai il" superfluo". Per questo il braccio teso assume il significato,simbolico e concreto insieme, di"dono"vero. Non so se queste considerazioni possano richiamare sufficientemente,e umilmente, l’attenzione su una realtà così fresca e vitale come quella del dono del sangue. Ugualmente ci sono altri aspetti, altri nodi ben saldi della rete di solidarietà nelle cui maglie sono orgogliosamente impigliati i donatori di sangue. Penso all’emozione – non saprei definirla in altro modo – che invade ogni volta in cui, da medico, si assiste ad  una trasfusione di sangue ad un paziente. Ho ben celato nei cassetti della memoria la mia prima volta della applicazione di una trasfusione al letto di quell’ammalata. Non ne ho più dimenticato gli occhi. Ho in testa il suo nome:Anna M. Tanto mi basta per portarLa con me. Per il medico di famiglia,poi, quando la trasfusione avviene a domicilio del"suo"paziente e il medico stesso è il tramite di quella sacca di sangue donato si avverte un’atmosfera quasi di raccoglimento. C’è una sorta di sacralità immobile in questo evento che rimane scolpito fra i ricordi. Un evento che unisce vite altrimenti assolutamente lontane e distanti – quella del donatore e quella di chi riceve – e separate, totalmente(apparentemente) estranee l’una all’altra che, pur continuando a rimanere reciprocamente sconosciute, si sfiorano fino ad includersi nel  segmento temporale ,quasi sospeso,  di una trasfusione. Si percepisce nitidamente -è quasi palpabile – la suggestione di una pratica terapeutica che, in quel particolare contesto, assume un significato trascendente. E non c’è retorica in tutto questo. Intorno alla sacca che raccoglie, custodisce il sangue( o i suoi componenti)prende forma e si sustanzia – nel percepito di chi riceve, dei familiari presenti, degli operatori sanitari che agiscono con scrupolosa attenzione – una bolla di solidarietà ,spirituale ancor prima di concreta, un nido di protezione,una nicchia di difesa, di aiuto,  di silenzi carichi di non detti e di pensieri inespressi, gelosamente custoditi. Ogni trasfusione di sangue non è solamente e semplicemente "un mezzo terapeutico". Non è solo un eccezionale strumento che ha radicalmente cambiato il cammino e il destino della medicina e della sua prassi E’ molto, tanto di più. Per questo, io credo che ogni trasfusione, ogni infusione di emazie o piastrine, appartenga alla categoria del "semplicemente straordinario". La trasfusione è un simbolo che diviene gesto. E il medico e il donatore sono li ‘insieme accanto al letto del malato. L’atto di cura, la difesa della salute, la lotta alla malattia si saldano e si compenetrano con il gesto del dono, con la dedizione spontanea e gratuita di sé all’altro, con la generosa disponibilità a farsi carico del proprio prossimo. In questo, dunque, risiede il quid, peculiare e grandissimo. di una attività terapeutica che ascende  a dimensione spirituale. Proprio per l’atipicità di quel farmaco-sangue. Non sintetizzabile in laboratorio,che richiede un uomo-donatore. Allora la donazione del sangue non sta e non si esaurisce nella dimensione soggettiva della volontà e della scelta individuale del donatore. E’ molto di più. E’ un impegno civile, è un preciso patto che un singolo stringe con sé stesso e con la collettività. Per questo, donare sangue, partecipare di quella "straordinarietà", facendone un tratto lucido e chiaro del proprio percorso esistenziale, di una personale assunzione di responsabilità verso gli altri e verso se stessi e, quindi, verso la comunità, può indicare a chiunque una direzione netta e ben definita di approdo ad una società realmente solidale e aperta, autenticamente coinvolgente. Un  progetto di riscoperta della "straordinaria" bellezza del dono, la cui condivisione possa rappresentare uno stimolo e un passo importante verso la rifondazione valoriale del vivere insieme.

MAURIZIO VESCOVI

Medico di Medicina Generale                                

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