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Innamorata del mare

Pubblicato il

francesca balli.jpgCom’è strana la vita. Un giorno un subacqueo ha un incidente
sott’acqua e muore, lasciando la sua ragazza piena di rancore a chiedersi perché è potuta succedere una cosa del genere. Valeva la pena rischiare la vita, e rinunciare al futuro, per un hobby? La risposta la poteva dare solo il mare. E così la protagonista di questo racconto comincia a immergersi e scopre un altro mondo, un mondo composto da paesaggi incantati e popolato da personaggi incredibili, ma un mondo fatto anche di solidarietà umana e grandi amicizie.

A volte la vita fa strani giri per andare avanti, giri che
sembrano incomprensibili a chi vive nella fretta e corre solo lungo linee
rette. E invece la strada della vita, come il fiume, ci guida talvolta
attraverso una serie di anse, e ci permette così di superare gli ostacoli e
raggiungere il mare….

Il mare, per l’appunto. Quando ho conosciuto Andrea la mia
vita scorreva lungo binari apparentemente solidi, sicuri, indiscutibili: la
laurea, la pratica professionale, l’esame di Stato per l’iscrizione all’albo.
La nostra amicizia era nata condividendo gli studi, i progetti, le aspettative
del futuro. Non ho un ricordo di lui che non sia sorridente. Un ragazzo
tranquillo, disponibile, gentile, appassionato della vita, e del mare. Un
giorno, che prima avrei definito qualunque, come se esistessero giorni
qualunque, Andrea non mi ha raggiunto per studiare. Se n’era andato, rimasto
nel suo mare, e io lo scoprivo leggendo il giornale. Ci sono terremoti che non
distruggono le case intorno a noi, ma sbriciolano dentro. Andrea è stato il
mio. Ho chiuso il giornale e un capitolo della mia vita. Niente parole, niente
lacrime, niente funerale. Io non ero pronta per seppellire il mio amico. Prima
lo dovevo perdonare, di avermi lasciata sola, della sofferenza inconsolabile
dei suoi genitori. Dolore e devastazione e di contro, il suo capriccio, la
subacquea…. Per otto anni ho pensato che la sua passione era una follia.
Anch’io amavo il mare, senza bisogno di arrivare a intestardirsi in un gioco
inutilmente pericoloso. Otto anni, e intanto ogni giorno correvo in autostrada,
come se quello fosse un luogo sicuro, rischiando ogni volta, eppure convinta
della giustezza del mio agire e della mia teoria. E però…Però Andrea era una
persona bellissima, e nonostante fossi così arrabbiata con lui e così convinta
a dissuadere chiunque dal seguirlo nella sua strada, ogni pensiero di lui mi
strappava sempre un sorriso. Alla fine, neanche me ne sono accorta, ho
cominciato a pensare che sì, certo, era assolutamente, indubbiamente,
sicuramente e senz’altro una follia la sua, però…Di nuovo un però. Dovevo
capire che cos’era quell’energia incontenibile che lo animava e lo portava a
scappare tutti i venerdì al mare. Una domanda, questa, che mi accompagnava
sempre e alla quale non riuscivo, e non sarei riuscita mai a dare una risposta,
se non andando al fondo. In tutti i sensi. E così, un giorno, ho deciso, persa
a contemplare la meraviglia del mare da una lingua di sabbia in mezzo
all’oceano, che forse era il caso mi informassi meglio. In piscina, la buttai
lì a un istruttore: non so, magari, forse, mah, boh…In seguito,lui mi confessò
di aver pensato, mentre me ne andavo: questa non si rivede più. Era l’ottobre
2004. Da allora non riesco a smettere. Non so come sia potuto accadere che
un’imbranata come me, indecisa, freddolosa e, soprattutto pigra come me, che
della lettura sul divano aveva fatto il suo sport preferito, e unico, abbia
potuto affrontare questa specie di impresa titanica, fatta di studio (e fin qui
è la parte facile, almeno sapevo da dove cominciare), piscina due volte alla
settimana (con relative occhiaie la mattina dopo) e immersioni anche a novembre
e dicembre. Ma è successo. Andrea me lo immagino, lassù, a ridere di me, e dei
miei sforzi, del mio impegno, della mia caparbietà e anche della mia
goffaggine. Pronto a spostare le nuvole e liberare il sole quando vado al mare
per una nuova avventura, a convincere qualcuno a portarmi la bombola quando
sono stanca, accanto a me sott’acqua a indicarmi qualche bella conchiglia per
abbellire la sua nuova casa, assieme a un fiore. Quando sono uscita dall’acqua,
alla prima immersione, ho potuto dire solo: ma come ho fatto a stare tutto
questo tempo senza? Ho scoperto un mondo inimmaginabile, che immediatamente mi
ha catturata, travolta, estasiata. E dalla prima immersione è stato un
crescendo, e una discesa libera. Ero affascinata, entusiasta, stupita dalla
meraviglia che puntualmente mi si presentava. Ero rapita dall’ambiente
completamente nuovo e incredibile: i pesci, le conchiglie, i coralli, l’acqua
limpida e la mancanza di visibilità, il termoclino, la corrente…Sconvolta,
positivamente, dalle sensazioni sconosciute, piacevolissime, dell’assenza di
peso, dell’ovattato silenzio, della percezione del respiro….le prime bombole
sono state sacrificate sull’altare dello stupore e dell’emozione, in pochi,
grandi “oh” entusiastici come quelli di un bambino. Mi sono accorta, senza
nemmeno rendermene conto mentre succedeva, di riuscire a dimenticare il mondo,
quello di sopra, in un attimo, appena giusto il tempo di affondare: ok? Ok,
giù!

La preparazione è lunga che sembra non finire mai, ma adesso
sono in acqua, precipito dolcemente in un’altra dimensione, che appare lontana
e poco naturale mentre in realtà è naturalissima, che ritrovo con quella
memoria che non sapevo di avere e invece registrava puntuale la vita di cui non
ero nemmeno cosciente, e adesso eccola là, da qualche parte dentro di me,
pronta all’appello. Quella memoria che si ricorda senza esitare l’acqua così familiare
di cui son fatta, in cui vivevo quando ero ancora un girino nel ventre di mia
mamma. Eccomi in un altro mondo in cui miracolosamente riesco a entrare, ma
dovrei dire tornare. Un mondo in cui mi sento un ospite, ma un ospite gradito.
Quando non è il caso, rinunciamo a immergerci e aspettiamo pazienti il momento
adatto. Il mare insegna anche questo, ridimensiona, rimette sul giusto piano le
cose e i valori. Noi facciamo programmi, organizziamo, partiamo, ma fino
all’ultimo non si sa. E’ il mare che decide le nostre azioni, e noi accettiamo
tranquilli. Massimo, che ci risparmiava la fatica di portare le bombole giù
dalla discesa al mare e ce le faceva trovare pronte sul posto, col suo modo
spiccio di marinaio, ma saggio e affettuoso, aveva espresso il suo motto sul
muro del grottino: il mare è grande, e noi piccini piccini… E piccina come una
bimba ho fatto i primi passi. All’inizio barcollando un po’, piano piano più
sicura, ma sempre incantata. A fronte del mio timore di non poter respirare,
laggiù, ho scoperto che è sopra che mi manca l’aria. La preoccupazione non
poter comunicare si è dissolta non appena, senza pensare dov’ero, ho parlato
con la mia compagna di immersione (e lei mi ha risposto!), colorando i gesti
rituali con i nostri entusiastici commenti. La gioia richiede partecipazione ed
è impaziente: non si può aspettare di riemergere. A dispetto di ogni apparenza
ho scoperto che non potevo sentirmi sola: sott’acqua puoi allungare la mano e
trovare qualcuno che te la stringe. Fuori, tante persone muoiono di solitudine.
E ho scoperto, e apprezzato, il valore di essere una coppia, e cioè non tanto
di essere in due invece che uno, ma di essere insieme, perché siamo tutti
fragili e vulnerabili, anche quando cerchiamo di convincerci del contrario: abbiamo
necessità di condivisione e l’uno ha bisogno dell’altro. E questo bisogno di
essere guardati, aiutati, così controcorrente in un mondo di supereroi che non
chiedono mai e non hanno mai paura, che hanno fatto dell’individualismo il loro
principale valore, questa dipendenza l’ho sentita così vera, naturale…Mi ci
sono riconosciuta e a questa dipendenza mi sono abbandonata. La mia subacquea
voglio che sia sempre così, fatta di essere umani. Forse anche per questo è
diventata l’occasione di amicizie profonde, che tanto hanno arricchito la mia
vita. Gli amici, ecco, appunto. Dopo il brevetto di primo grado mi sembrava di
aver raggiunto qualcosa; il mio scopo, potrei dire, se avessi avuto uno scopo.
Comunque mi sentivo arrivata da qualche parte, invece non avevo fatto bene i
conti, ero solo all’inizio. Andrea aveva aspettato tanto, era tempo di rifarsi.
Le occasioni si sono moltiplicate, le emozioni anche. Non c’era solo la
contentezza di fare l’immersione, c’era la compagnia, il piacere di una
giornata condivisa con persone speciali. Ho scoperto la magia del mare di
notte, colori e forme che possono esistere solo nella fantasia di un artista.
Mi sono divertita a fare capriole dal gommone e salti dalle barche, ho
attraversato grotte e camini, ho voluto provare a chiudere gli occhi, e li ho
spalancati entusiasta di fronte al relitto di un aereo, di una nave, e un
giorno perfino a una distesa di anfore romane. Che ammirazione verso quei
banchi di pesci numerosi ed eleganti che a volte hanno sfilato davanti e sopra
a noi, che tenerezza per quella seppia che una notte, attirata dalla torcia, ci
veniva incontro fino a sbattere nel vetro, per quel pesciolino così piccolo e
agguerrito che mi mordicchiava la mano per allontanarmi dalla sua tana,
indispettito dalla mia presenza… Per un motivo o per un altro, nella classifica
delle immersioni più belle della mia vita ho dovuto inserire pressoché tutte
quelle che ho fatto: una volta il successo era stato l’aver trovato l’assetto  giusto, una volta il sollievo per aver tolto un
po’ di pesi dalla zavorra, un’altra era l’incontro con un pesce tropicale
enorme e apparentemente minaccioso, un’altra volta ancora un minuscolo, tenero,
inerme nudibranco.

Così, non ho potuto fare a meno di ricominciare: studio,
piscina, mare per il brevetto successivo. Giravo col libro sempre in borsa e
leggevo appena possibile, in fila alla cassa del supermercato, in macchina
quando riuscivo ad appaltare la guida a qualcun altro, perfino da Andrea quando
andavo a salutarlo al cimitero. E la stanchezza della giornata non era mai
abbastanza per impedirmi di frequentare le lezioni pratiche in piscina. E
intanto che si avvicinava la meta dell’esame, già serpeggiava l’idea
successiva: la muta stagna! Dopo qualche attimo di smarrimento, dovuto alla
solita insicurezza e poca fiducia nelle mie capacità, è subentrata la voglia di
farcela. E così dal mamma mia com’è difficile non ci riuscirò mai sono passata
direttamente al devo imparare in tutti i modi. E molto presto sono arrivata al
mare. Intanto ho cominciato a pensare a chi purtroppo non può godere di tutto
questo. E ho scoperto che mi sbagliavo, perché in realtà con la volontà e
l’impegno sostenuti dall’aiuto degli altri si possono superare limiti che
sembravano insuperabili. Ho scoperto che esistono associazioni che credono che
la subacquea sia uno sport per tutti, anche per gli handicappati, e ne ho
condiviso immediatamente lo spirito e lo scopo. Questo è il mio prossimo sogno:
conquistarmi l’onore di condividere la felicità del mare con chi magari pensava
gli fosse preclusa. Perché, come si dice, un dolore può bastare a se stesso, ma
per gustare a fondo una gioia bisogna avere qualcuno con cui condividerla.

Francesca Balli.

1bacio nel vento ad Andrea da noi di Avis Università

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