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L’arte e la malattia: omaggio ad Alda Merini scomparsa il 1 novembre

Pubblicato il

alda merini.jpgCerto è emozionante
trovarsi al Rijksmuseum di Amsterdam di fronte alla «Ronde de Nuit» o
all’Hermitage di San Pietroburgo dinnanzi al «Figliol prodigo» con luci così
particolari e pensare a Rembrandt quasi cieco, affetto da cataratta, oppure
trovarsi ad osservare le esplosioni straordinarie di colori delle tele di Van
Gogh del periodo di Arles e Saint Remy e non pensare al travaglio e alle
sofferenze della sua vita.

Alda
Merini è «un poeta» che porta sulla propria pelle le stigmate di una malattia
che le ha fatto conoscere i manicomi, le sofferenze e le insopportabili
violenze – compreso l’elettroshock – delle istituzioni «d’aiuto» quando sono
violente.

Alda
Merini, si possono ipotizzare correlazioni fra arte e malattia? Ci sono dei
percorsi reciproci che conducono dall’una e all’altra e soprattutto dalla
malattia verso l’arte?

Credo che esistano
possibilità che la malattia, in particolare quella psichica, possa creare
condizioni di peculiare percezione della realtà. In fondo che cos’è la follia?
È una costruzione della realtà come avrebbe dovuto essere e non è. Risponde
forse anche a desideri di costrutti emozionali di realtà inesistenti ma
percepibili soggettivamente. È un tentativo a volte di plasmare la realtà e il
mondo come più piace. È riduttivo però nei confronti di chi ha talento
riportare la dimensione di profondità artistica alla malattia. Van Gogh sarebbe
stato Van Gogh anche se non fosse stato malato: è la malattia come esperienza
di vita però che si traduce in vissuti nuovi. Anche se fa un effetto
straordinario e anche piacere che la sua arte abbia cambiato la storia della
pittura e anche dell’architettura: lui che era visto come l’ultimo degli ultimi
alla sua epoca, come il Titano del Naviglio delle mie poesie, che nessuno voleva
vedere.

La
malattia non è perciò, sempre e comunque, un percorso obbligato attraverso cui
arrivare ad esempio alla poesia?

No. Questo no. La
malattia è come un periodo di transito, ma anche di blocco, a volte quasi di
paralisi. Io ricordo l’esordio della mia depressione: avevo avuto la mia
seconda bambina, un parto a domicilio. La bimba era nata all’improvviso, quasi
precipitosamente. Ricordo di una violenta cefalea, insopportabile,
incoercibile. Pregavo, ma intanto allattavo e contemporaneamente deperivo. Ho
avuto un dimagramento importante. Di sicuro uno stato del genere non ti porta
alla poesia, se non in una rielaborazione molto successiva. Credo poi che se
fossi stata curata meglio da un punto di vista strettamente metabolico non mi
sarei così ammalata.

C’è
una corrente di pensiero fra alcuni medici che riconosce allo stato di malattia
una condizione di capacità esplorativa di nuove modalità creative. Lei cosa ne
pensa?

Dico che mi piacciono
i medici che la pensano così, che li stimo, li apprezzo. Sono quelli che non ti
mollano mai e ti curano e forse ti amano quando chiedi loro aiuto. E io so che
cosa vuol dire chiedere aiuto, e se nessuno ti risponde perdi anche la
speranza. Però vedere la malattia come strada per l’arte mi sembra una
forzatura: chi ha talento ha talento. A me è capitato di fare la matta, ma
dalla mia vita comunque sarebbe nata poesia.

La
malattia è sofferenza sempre: a volte può perciò ridurre le capacità
espressive, demolirle, annullarle. Ma non crede che possa in taluni casi anche potenziarle,
amplificarle, e che la malattia possa aprire nuovi orizzonti artistici
espressivi?

La malattia può porre
in una situazione di «grazia» cosmica, quasi di comunione cosmica, di sintonia
con l’universo: però nessuno la va a cercare per fare opere d’arte. Meglio
essere felici. Le potrei fare l’esempio di Manganelli, che io ho frequentato
come lei sa: era un comunissimo insegnante di inglese, di grandissima cultura,
però lui è diventato un grande scrittore quando io l’ho lasciato. È il dolore
che questo evento gli ha procurato che ha liberato straordinarie potenzialità
che lui già possedeva. Era già un poeta, però lo ha manifestato dopo la
sofferenza di avere troncato la nostra relazione. Ci sono senz’altro fatti
compensativi nella storia di chi fa arte. Così come la mutilazione da
manicomio. E qualche volta la malattia diventa un canto catartico e liberatorio
di disperazione. Per fortuna ci sono i meccanismi compensativi: la natura
risponde così ad apparenti deficit: c’è una restituzione in altri ambiti.

Allora
poeti si nasce?

Io credo avesse
ragione Platone quando diceva che si nasce col cielo delle idee. Le opere
d’arte nascono in modo spesso insondabile, incomprensibile anche all’esecutore.
Ho rivisto di recente la Pietà
di Michelangelo e dentro di me ho sentito un’emozione che mi è venuto in mente
di chiamare «trauma da bellezza». Si è mai innamorato perdutamente lei? Come ci
si può chiedere che cos’è l’amore e come ci si innamora? Io non mi chiederei
come nasce un’opera d’arte o una poesia. Cercare di trovare percorsi razionali
nell’opera d’arte è come ricercare razionalità negli amori travolgenti: a volte
siamo perfino, o più spesso, attratti da ciò che temiamo. Perché? È così che il
cielo delle idee è il cielo che si vede al mattino, come i grandi amori che
prima o poi ritornano. Io lascerei stare la scienza e ritornerei al miracolo.
Le certezze e la ricerca ostinata di certezze, di comprensioni precise, porta
alla disperazione; troppo pragmatismo fa male alla vita, la riduce, la svuota,
le toglie poesia e alla fine la inaridisce.

A
proposito, Salinger dopo «Il giovane Holden» non ha più scritto, ha rinunciato
a comunicare. Che cosa gli è successo?

Forse gli è successo
come a Greta Garbo: ha voluto smettere di essere la divina, per sua scelta. È
un modo per dire: «Sto per conto mio e basta».

La
malattia depressiva ha accomunato Sylvia Plath e Anne Sexton: amiche prima e
poi unite dal destino tragico del suicidio. Che denominatore comune, se c’è,
esiste secondo lei fra la loro amicizia, la loro poesia e il loro destino?

Erano donne
disperate: e lo erano tanto più, nella società dell’epoca, perché erano
straordinariamente intelligenti, perché desideravano la libertà dei sentimenti
forti. Erano in qualche modo pericolose, perché non tradivano i sentimenti, ma
erano capaci invece di tradimento verso un mondo assurdamente moralista,
perbenista e per loro penalizzante. E si tenevano il pensiero come libero: ed è
vero che il pensiero è un salto d’azione col minimo sforzo. E quindi la poesia
è già realizzazione sostanziale di un desiderio preciso.

Alda
Merini, qual è il significato del titolo della sua raccolta «La poesia luogo
del nulla» (edito da Piero Marini, in Pretesti, collana curata da Anna Grazia
D’Oria)?

Poesia luogo del
nulla perché il nulla è il luogo della verginità intesa come astrazione: quindi
la verginità al di fuori del concetto riduttivo del senso comune acquisito, ma
come spazio di crescita di vegetazione, di fiori spontanei e di piante
fantastiche.

L’arte
si può manifestare nonostante la malattia, oppure attraverso la malattia, o
anche con la malattia. Forse gioca il vissuto di ciascuno: lo stato patologico
è in grado di aprire a nuove possibilità, a nuove percezioni della realtà, a
nuove emozioni, a nuove sensibilità, a un rinnovamento di se stessi; ma può
anche abbruttire.

Maurizio Vescovi

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