Maurizio Vescovi e la strategia del quinto dito

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Maurizio Vescovi e la strategia del quinto dito

L’esperienza narrata di un Medico sulle straordinarie possibilità di comunicare anche quando una malattia devastante parrebbe azzerarle. Un caso clinico,autentico, diventa racconto.

Dopo 20 anni di vita da medico non mi era mai capitato di pensare così intensamente a quanto potesse essere importante il dito mignolo. Trascurato nei testi di anatomia umana, a dire il vero poco considerato in ortopedia e in traumatologia, mai abbastanza valorizzato nelle sue funzioni e per le sue peculiarità. Avevo visto perdere il V dito per incidenti vari: un infortunio sul lavoro con incisione da lama, un incidente d’auto con spappolamento, uno schiacciamento con una serrandina a scatto di un espositore di birre, un trauma contusivo con uno strumento da stampa in un litografo. In Medicina Legale secondo le tabelle vigenti per la quantificazione del danno, che i medici non specialisti non ricordano mai, il V dito vale poco, tanto poco da non raggiungere la soglia dell’indennizzabilità anche quando va perduto in toto. Gli si riconosce sì e no il diritto anatomico dell’esistenza, apparentemente considerandolo, con molta parsimoniosa generosità, soltanto con qualche funzione lontanamente estetica. Anche se la sua assenza pesa. Mi ricordavo di R., un piccoletto ammalato di una forma piuttosto rara e molto grave di anemia, nato con agenesia completa del mignolo della mano destra. Ancor di più tenevo a mente la sua fatica, da cui peraltro derivò la sua gran tenacia, a compiere  nomali azioni, nel gioco e negli atti comuni della vita quotidiana, come portare il cucchiaio alla bocca, tenere una stilografica fra le dita o giocare a calciobalilla. Basta chiudere gli occhi e pensare intensamente di non aver più il V dito per immaginarne la sua assenza… Certo, la mancanza del mignolo non era il problema principale di R.  

A tutte queste cose pensavo mentre salivo le scale di un condominio ocra di periferia. Niente ascensore. Era una giornata ventosa di marzo. Verso l’imbrunire il sole filtrava debolmente con alcuni raggi di forza residua sui ballatoi, disegnando le ombre delle piante nei vasi attraverso i vetri increspati. E’ quello il momento giusto della giornata, l’ora più bella e perché no, della vita di un medico di base in cui si affollano pensieri, s’incrociano sensazioni, confluiscono idee. Qualche volta si tentano e si fanno bilanci. Si cercano denominatori comuni di racconti e casi clinici, e gli uni e gli altri finiscono per confondersi fra di loro. La fiaba, il racconto, la realtà. E gli spunti di riflessione non mancano mai. Salivo. Uno scalino dopo l’altro, la valigetta con fonendoscopio, sfigmomanometro, lampada, martelletto e qualche ricettario: essenziale e indispensabile bagaglio a mano di scienza ed esperienza che noi “dottori” ci portiamo appresso. Una coperta di Linus? Quasi dovessimo – potessimo! – trovarci dentro, lì, all’occorrenza, anche un po’ di coraggio in più, la forza ulteriore che serve incommensurabilmente di più dei preziosi “ferri del mestiere”, per infondere l’”animus” per affrontare una  malattia scomoda, difficile, dolorosa. Dolorosa a noi stessi, nel momento in cui la verità si fa chiara, schiude le sue porte, obbliga a guardare la realtà. Ti sbatte in faccia, senza se e senza ma, le tue responsabilità e i tuoi limiti. In certi momenti sembrano non rimanere che questi. Ero alle ultime rampe. Al IV piano sapevo che mi aspettavano entro sera ‑ “Quando ha tempo lei, ma faccia un salto!”‑ il signor Pietro e la signora Paola. Una preghiera e un desiderio, che ci vogliono per superare la fatica muscolare di fine giornata. Pietro era un uomo sui 55 anni, fino a qualche tempo prima robusto, un po’ rubizzo, quasi pletorico, ma austero. Ero stato altre volte  a casa di Pietro e di Paola. Ne ricordavo alcuni particolari, piccole cose che parlavano di loro, semplici dettagli che dicevano della delicata tenacia della signora Paola e della tempra di Pietro. Mi parevano frammenti di un segmento temporale di cui, io antropologo, avevo scoperto alcuni fotogrammi nascosti. Alle pareti della camera ricordavo due foto grandi, l’una del giorno del suo, del loro, matrimonio; l’altra, solo sua, con la divisa da marinaio in bianco e nero, ritoccata di verde e di blu dove servivano quei colori. “Quando la ferma durava due anni”. Un uomo forte, Pietro. Coriaceo. Una vecchia quercia dal tronco nodoso. Un uomo riservato, ma non schivo. Pietro era un uomo di poche parole. Niente fronzoli e circumlocuzioni, con lui si andava diretti al cuore dei problemi. Montanaro docg. L’intesa medico-paziente fra di noi non viaggiava sul binario classico della domanda e della risposta. In barba ai dotti insegnamenti dei manuali di semeiotica Medica al capitolo “colloquio col paziente e raccolta dell’anamnesi”. Di certo Pietro era un uomo taciturno da sempre. Ma ora, proprio non parlava più. Per essere più precisi non poteva più parlare: afasia completa. Ecco perché ero lì, a casa sua, quella sera di marzo. La mente a volte è rapidissima a ripercorre le fasi di un evento che per un medico è spesso la fenomenologia di un processo patologico, di un percorso di malattia. Ed ecco, la mia mente stava facendo a ritroso il percorso di Pietro, il suo cammino silenzioso e discreto in compagnia del male. 

Pietro aveva iniziato ad accusare una cefalalgia nucale mattutina nell’autunno dell’anno precedente.

“Stia tranquillo sig. Pietro, sa la sua pressione…”. In effetti Pietro era iperteso da molti anni. Ci stavano quei sintomi ed era giusto rassicurare Pietro. E me stesso. Tuttavia gli avevo proposto degli accertamenti. Soliti controlli routinari, fundus oculi normali, ecocolordoppler carotideo normale, esami ematochimici con funzionalità renale: era sostanzialmente tutto ok. Pietro era un uomo dai grandi silenzi, dalle lunghe pause. Era un uomo dalle passeggiate stancanti sui monti a cercar funghi nella stagione giusta. Un po’ introverso, era solito farmi poche domande sul suo stato di salute e i rari quesiti, erano non solo pochi ma stringati, di quell’essenzialità che solo gli uomini che hanno lavorato tanto conoscono così bene. Ecco, credo che Pietro avesse compreso l’importanza dell’essenzialità ”scarna”, delle verità nude e crude. Pietro aveva imparato a cogliere ciò che di prezioso e di grande, molto spesso, si cela dietro un gesto minimo, ridotto alla sua essenza. Quando mi faceva visita in ambulatorio si capiva subito la sua voglia di far presto – “Ha sempre tanta gente in sala d’attesa, ma quando mangia dottore?”. Qualche volta avevo la sensazione di un’inversione delle parti: era lui che si preoccupava di me. Pochi convenevoli, non era abituato a farli, Pietro. Ricordava i tempi della marina, lontani ma non sbiaditi come lo sono solo i ricordi indelebili. Com’erano in quella fotografia appesa alla parete e ritoccata senza l’uso del computer. Ingenua. Una sera prima di accomiatarsi sulla porta, mentre ancora lo tranquillizzavo, e forse ancora  tranquillizzavo anche me, per la cefalea (“1a pressione era andata a posto finalmente dopo un paio di aggiustamenti posologici”), mi dice: ‑”Sa, dottore, che mi è venuto anche una specie di formicolio alla mano destra, ho l’impressione di aver perso forza, anzi, oggi a tavola ho fatto un disastro perché mi è caduto il bicchiere”. Pietro, stavolta, era uscito dal silenzio e lo aveva fatto in modo appunto essenziale. Quasi in punta di piedi. Aveva detto, senza enfasi, ma non con noncuranza, quelle parole. Ma le aveva dette. Senza che mi dovessi esibire  in esercizi di maieutica. Da un pezzo mi ero abituato ad ascoltare le cose che i pazienti mi dicono quando si accomiatano. Ti chiedono di dar poco peso a quell’ultima annotazione. Che pronunciano a volte come un ultimo segreto. Confessato e inconfessabile. Che riferiscono, ma che quasi non vorrebbero raccontare. Nemmeno a se stessi. Però qualche volta è come se estraessero un ultimo peso da quello zaino che la vita non si stanca di riempire. E verbalizzando quel suo sintomo, Pietro, aveva dato forma ai miei pensieri più nascosti, evocando le mie fantasmatiche paure di medico davanti ad una verità che si profila nemica. E’quello lo spazio del ”sospetto” clinico. Mi era sembrato quasi che le parole di Pietro fossero arrivate planando fino a me, si fossero librate un po’ nell’aria, lì nello specchio semiaperto della porta, prima di lasciarsi afferrare dalla mia mente. Tradussi gergalmente dentro di me: ‑”Parestesie (formicolii) ed ipostenia (perdita di forza)”. Due conti mentali li feci subito. Da medico. Parestesie ed ipostenia. “Ma no ‑ mi dissi ‑ Pietro è un uomo robusto”. Mi negai il diritto‑dovere del sospetto. Anche se avevo ormai  esperienza di uomini “grandi e grossi” con problemi più grandi di loro. Il tempo mi sembrava avere perso il proprio ritmo naturale di scorrimento. Pietro era davanti a me. Non avevo di fronte due sintomi importanti – parestesie e ipostenia – e nemmeno un sospetto diagnostico. Di fronte a me c’era  l’ex marinaio, il marito della signora Paola, il padre. Pietro il montanaro. Il mio paziente.

Pietro non mi aveva chiesto nulla, mi aveva comunicato i suoi sintomi. Era uscito dal “suo” silenzio, ora toccava a me uscire dal “mio”.  “Mah, Pietro ‑ ero preoccupato dalla considerazione che potesse avvertire il mio sospetto diagnostico ‑ varrà la pena che facciamo una risonanza magnetica cerebrale. Così archiviamo il caso e troviamo la terapia giusta”. Il primo passo era fatto. Ormai. Noi medici di base, sappiamo che ci sono le liste di attesa ed un accertamento diagnostico eccessivamente dilazionato nel tempo può creare stati d’ansia e situazioni di angoscia. “Non è urgente ‑ dissi e mentii, sapendo di mentire, insieme”. Forse nascosi lo sguardo. O comunque mi sembrò di averlo fatto. In effetti mi auguravo che quella RMN non si rivelasse urgente per nessuno. Ora, toccava a Pietro fare il suo passo. E fu una domanda, diretta, precisa, legittima, essenziale.

“Ma è proprio necessaria dottore la risonanza? “Facciamola Pietro, così veramente non ci pensiamo più”. Adesso non stavo più mentendo né a me né a Pietro. Semplicemente, omettevo. Omettevo le considerazioni che l’avrebbero allarmato, quelle che ”nicchiavo” lontano anche da me, per tradurle in parole, anche se nella mia mente diventavano sempre più grandi e consistenti. Assumevano la forma di pensieri, di timori, di consapevolezza, ragionevole e razionale, probabilmente. Pietro era uscito dall’ambulatorio, ormai. Gli buttai uno sguardo. Un saluto. Non so se aveva colto la mia tristezza, il senso improvviso di stanchezza. Un attimo e i pensieri, “quel” sospetto dignostico, erano diventati una presenza quasi fisica, che riempiva l’aria della stanza. Pietro non era più di fronte a me con la sua umanità. Aleggiavano le parole che evocavano e rappresentavano, gergalmente, i suoi sintomi: ipostenia e parestesie. A volte la traduzione gergale dei sintomi ricrea una diastasi dalla realtà, una sorta di distanza con la malattia. Un espediente per farci soffrire un po’ meno? Forse. Nonostante tutto “il” sospetto  diventava sempre più simile ad una convinzione. 

“Neuroblastoma‑NEUROBLASTOMA‑NEU‑RO‑BLAS‑TOMA‑NEU‑RO‑BLAS‑TO‑MA”.

Scandii mentalmente quel nome. Un fendente. Da rimaner tramortito. Una mazzata. Per tutti. Me compreso. Frequenza epidemiologica, incidenza‑prevalenza di uno a quante centinaia di migliaia di persone, non so. Cercavo di ricordare il testo di Anatomia Patologica. Per poi rivederlo con calma. Cercavo di rintracciare la pagina dell'”Anderson‑Elementi di Anatomia Patologica”, copertina rigida nera, fascia rossa, secondo pianale della mia libreria. L’avevo già consultato in altre occasioni quando l’angoscia era ben più grande di quando avevo dato l’esame. Ma allora in prossimità della laurea quella mi pareva l’ansia maggiore.

Mentre salivo quelle scale quel giorno pensavo, anche a quei primi momenti della diagnosi per Pietro. La signora Paola e poi Antonella e Roberta, le loro figlie: perché proprio a lui? E non avere argomenti. Nascondersi un po’ fra le parole e con le parole, lasciando intravedere, o presagire qualche spiraglio di luce in un bosco nero. “Sentiremo anche il Centro di …. : stanno sperimentando una nuova cura.”

“Signora Paola ci giocheremo il tutto per tutto, non lasceremo nulla d’intentato.”

A nulla servirono le cure. Però tutti partecipammo a quella crociata contro quel male. Ognuno con le sue responsabilità e il peso specifico del proprio affetto. Ma ora Pietro era in quel letto, da qualche settimana. Da qualche giorno una piaga da decubito parasacrale aveva fatto il suo esordio: detersione, toilette, disinfezione con base d’ammonio quaternaria e poi medicazione a piatto. Materasso antidecubito ad aria dell’Asl. Quel corpo girato e rigirato nel letto per non consentire di decombere sempre sul medesimo lato. Per Pietro si era registrato un crollo completo e verticale: era comparsa dapprima disartria, di lì a poco anomia, poi afasia completa e via via dall’ipostenia degli arti dell’emisoma destro fino alla tetraparesi. “Ma com’è possibile? Resterà così? Ma non può migliorare? Ma come faccio, come farò se non so nemmeno quando ha sete” –  la signora Paola mi ripeteva questi interrogativi. Pietro aveva continuato a camminare, non da solo per fortuna, lungo quel percorso di malattia che aveva dovuto imboccare mesi prima. Un declino progressivo, una sommatoria di segni meno davanti ad ognuno degli indicatori che molti utilizzano per parlare di “dignità” della vita. Pietro: “cos’era” ormai? Un corpo semi-incosciente in un letto? Un fascio di fibre e organi che avevano perduto quasi tutte le loro funzioni singole e di insieme? O invece, “chi era”, Pietro? Era ancora il marito, il padre, l’amico, il mio paziente? E noi potevamo comunicare con lui e lui con noi, avendo Pietro perso “la” – normale, abituale, codificata – facoltà di comunicare con gesti e parole? Ora la signora Paola mi aspettava sulla porta. ‑ “Com’è andata oggi?”‑ le chiedo io. Entro nella sala d’ingresso. Tolgo la giacca. Poi mi avvicino alla camera di Pietro a passi svelti con la borsa da medico. ‑”Buonasera Pietro”. Nessuna risposta. Orale. La signora Paola:‑”Guardi la mano sinistra dottore…”.

Incuriosito, osservai la mano sinistra. A fatica, a fatica davvero si apriva in un movimento a ventaglio. Il V dito era quello che descriveva un angolo più ampio discostandosi in modo netto dal IV. Mi fermai con lo sguardo. Osservai di nuovo quella mano. “E’ il saluto di Pietro per lei.” Rimasi ad osservare la mano, mentre Pietro, totalmente sopito, respirava lievemente, abbandonato sul fianco sinistro, con il pannolone aperto che Paola stava per risistemare. “Pietro hai sete?” disse Paola. Nessun cenno, nessun movimento del capo, ovviamente nessuna parola, nemmeno nessun segnale labiale di risposta. Ma ecco la mano si apriva, a fatica compose il movimento del ventaglio. La signora Paola quelle mani le aveva idratate e curate, accarezzate e baciate. Aveva fatto loro ginnastica passiva e stretching. A volte, mentre mi riferiva dell’andamento della giornata, descrivendone le fasi salienti, gli carezzava quella mano accolta fra le sue come da due valve calde e protettive.

Quel mignolo, V dito in Medicina Legale, si era preso una bella rivincita. Intanto era chiaro a tutti, da quel segnale, che Pietro aveva coscienza di quel che accadeva intorno a lui. Era chiaro che Pietro, l’uomo taciturno, non aveva rinunciato a comunicare con gli altri. In modo essenziale, come sempre.  Quel movimento che diceva “Sì”, che assentiva, che dava il consenso, che era d’accordo e “nessun movimento” per dire “No”. Quel V dito diventò nei giorni sempre più indispensabile. Mi ero anch’io abituato a quel saluto al mio arrivo e non contento mi aspettavo anche quello di commiato. Quel “miglioramento” cioè quel divaricarsi del V dito fu percepito come qualcosa di straordinario che era accaduto e per di più si poteva utilizzare quel feedback di Pietro per l’interpretazioni di alcune sensazioni dolorose (‑”Pietro le ho fatto male?”), oppure per il solo saluto. Pietro non utilizzò quell’ingegnoso sistema che per alcune settimane, poi non servì più a nulla. Ma in quelle settimane avevamo avuto la certezza che quel corpo, così logorato, così dilaniato, partecipasse con noi, insieme a noi attivamente, attentamente e criticamente: c’era bisogno di sentire il parere di Pietro per sapere che cosa ne pensava. Il V dito era l’ambasciatore estremo di una volontà che voleva comunicare con noi.

Salendo poi altre scale di altri condomini, in altri giorni di mesi diversi, di anni qualunque con storie diverse penso a quella straordinaria fisioterapia su quella mano che la signora Paola aveva fatto al signor Pietro.

Il V dito s’era preso una bella rivincita. Nei confronti di tutti. Nei confronti della presunzione di noi medici, in primis, che gli attribuiamo così poco peso ”specifico”, quasi da arrivare verso il V dito alla più sfrontata trascuratezza. Colpevole ostracismo culturale. Il V dito s’era preso una gran rivincita contro i danni quotidiani fatti dalla cultura delle omologazioni forzate e forzose. Il V dito di Pietro in una Tabella di valori s’era fatto davvero onore. 

Maurizio Vescovi- Medico di Medicina Generale-Parma

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